Ruggero Maggi è nato nel 1950 a Torino. Vive e opera a Milano. Artista e curatore, dal 1973 si occupa di poesia visiva; dal 1975 di copy art, libri d’artista (Archivio Non Solo Libri), arte postale (Archivio Amazon); dal 1976 di laser art, dal 1979 di olografia, dal 1985 di arte caotica. Tra le installazioni olografiche: Una foresta di pietre, Media Art Festival, Osnabrück, 1988; Un semplice punto esclamativo, Mostra internazionale d’Arte Olografica, Rocca Paolina, Perugia, 1992. Tra le installazioni di laser art: Morte caotica e Una lunga linea silenziosa (1993), Il grande libro della vita e Il peccatore casuale (1994), La nascita delle idee al Museo d’Arte di San Paolo (Brasile). Suoi lavori sono esposti al Museo di Storia Cinese di Pechino e alla GAM di Gallarate (Va). Ha inoltre partecipato alla 49a/52a/54a Biennale di Venezia e alla 16a Biennale d’arte contemporanea di San Paolo nel 1980. Nel 2006, ha realizzato Underwood, installazione site-specific per la GAM di Gallarate. Nel 2007, ha presentato come curatore il progetto dedicato a Pierre Restany, Camera 312 – promemoria per Pierre, alla 52a Biennale di Venezia. Dal 2011, con cadenza biennale (2013/15/17/19), ha presentato a Venezia Padiglione Tibet, progetto esposto successivamente alla Biennale di Venezia, al Museo Diotti di Casalmaggiore (Cr), alla Biblioteca Laudense di Lodi, alla Bienal del Fin del Mundo in Argentina, al Castello Visconteo di Pavia.
Nel 2021, Padiglione Birmania, Palazzo Zanardi Landi, Guardamiglio (Lo); L’Amazzonia deve vivere e Mail Art a Stelle e Strisce, Museo Diotti, Casalmaggiore (Cr); Mail Art quintessenza della comunicazione creativa, Museo dei Tasso e della Storia postale, Camerata Cornello (Bg). Ruggero Maggi è figura propulsiva di operatore culturale, che agisce ai confini dello sfavillante circuito ufficiale dell’arte contemporanea, ma stando ben al centro delle problematiche culturali che riguardano l’esistenza dell’uomo contemporaneo. Ciascuna delle molteplici manifestazioni del linguaggio visivo di Maggi (dalla pittura alla fotografia, dalle elaborazioni olografiche alla scultura, dalle azioni performative alle installazioni, dall’impiego di materie naturali o industriali o di strumenti tecnologici alle combinazioni argute di parole e immagini) assume il valore di scheggia iconica destabilizzante, che tenta di rovesciare i contenuti ordinari del sistema della comunicazione, prospettando nuove forme di percezione e di presentazione del mondo.