Galleria

en plein air

Fraum M

Pier Giuseppe Imberti

Disegno, paraffina

20 x 20 cm

2021

Pier Giuseppe Imberti è nato nel 1954 a Centallo (Cn), dove risiede e opera. Autodidatta, dapprima si è avvicinato alla pittura, sulle orme del padre appassionate d’arte. Negli anni successivi, ha eseguito tele con evidenti richiami surrealisti, che, nel 1980, ha esposto nella sua prima mostra a Fossano, in Palazzo Santa Giulia, ove incontra il favore incoraggiante del critico Miche Berra. Dopo alcuni anni di studio e di riflessione individuale, tra il 1985 e il 1987, ha realizzato grandi tele d’impronta informale, che saranno esposte in una personale del 1987 alla Galleria Etruria di Cuneo. In seguito, è entrato in contatto con l’ambiente artistico torinese, stringendo amicizia con il pittore Piero Ruggeri e con i critici Marco Rosci, Francesco Poli e Lucio Cabutti. Viene inserito in numerose manifestazioni artistiche: nel 1991, il prof. Rosci l’ha presentato in una personale a Torino Proposte V al Palazzo della Regione Piemonte. Ha esposto a Torino, Brescia, Sanremo (Im), Venezia, Pordenone, Milano, Vercelli, Como. Dal 2000 al 2007, è stato legato alla Galleria JZ Art Training di Milano. Nel 2016, ha esposto presso la Galleria Skema 5 di Cuneo. È del 2017 la grande personale allestita in Palazzo Salmatoris a Cherasco (Cn), curata da Cinzia Tesio, e del 2022 è la personale organizzata presso Casa Francotto a Busca (Cn), sempre a cura di Cinzia Tesio.

Le sue “costruzioni”, ha scritto Fulvia Giacosa, “si potrebbero chiamare ‘macchine celibi’, nome usato da Duchamp per la parte inferiore del suo Grande Vetro: prive di finalità pratica e perciò ‘inutili’, macchinari che ‘non generano’, congegni-trappola dei desideri nel significato etimologico di de-sidera come lontananza dalle stelle e come erranza che implica la ricerca di un agognato avvicinamento a ciò che sta lassù, tra le stelle.  Così diventano metafora di tensioni esistenziali instabili che si vorrebbe porre in equilibrio. […] i suoi congegni esulano da un’idea utilitaristica dell’arte ed entrano nel simbolico per cui l’energia di cui essi sono portatori sgrava da tensioni di matrice esistenziale. Traslata nel campo estetico la macchina abbandona il valore d’uso diventando inutile e indefinibile, come si diceva. L’arte torna artificio, stimola pensieri, traduce nella sua grammatica e sintassi (materia e forme) Il vissuto, l’esperienza che già per Leonardo era alla base d’ogni conoscenza. Senza chiedersi obbligatoriamente come funziona, l’osservatore semplicemente scopre il piacere dello sguardo” (http://www.margutte.com/?p=37549).