Luigi Auriemma è nato nel 1961 a Napoli, dove si è formato e diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti e dove vive e lavora. Artista e poeta, è fondatore e coordinatore della rivista d’arte “LEONARDA”. Al centro della sua ricerca è la riduzione della pittura, ma anche il dialogo tra opposti come la trasparenza del vetro e l’opacità degli altri materiali, come la vernice industriale con cui scrive parole sui suoi vetri. La parola assume un ruolo sempre più importante, da segno diventa una proposta di lettura dell’opera, come in è_cri_t (2010) o in C_END_RE (2013). Tra le esposizioni collettive e personali più importanti, si ricordano Corpus Carsico, Certosa di San Giacomo (Capri), Per-formare una collezione, Museo MADRE (Napoli), Cryptica, Museo del Sottosuolo (Napoli), D_I_O_GENE, MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), C_END_RE, Museo del Sottosuolo (Napoli), Ipotesi arte giovane, Flash Art Milano. Sue opere sono inserite in collezioni pubbliche e private. Per Gabrielle Perretta (“Flash Art”, n. 158, ottobre 1990), “Auriemma tenta di spogliare l’esistente dalle sovrastrutture e dalle inessenzialità, che ogni giorno ci impongono di prendere le misure della vita, per concentrare l’attenzione su strumenti e calcoli trigonometrici immaginari. L’incontro di queste tracce, che mirano alla rigenerazione di un’Età dell’Oro dell’arte, si compongono come in vasi comunicanti, facendone la cifra più compiuta di vita”. Secondo Cecilia Casorati (“Titolo”, n. 3,
inverno 1990/91), nel “lavoro di Auriemma” ciò che sorprende da subito è la “cura meticolosa” e la “precisione” dimostrate “nell’accostamento dei materiali (vetro e ferro), ma anche e soprattutto nel progetto e nella costruzione” sia delle opere stesse, sia del loro calcolato allestimento all’interno degli spazi espositivi. Altro tratto caratteristico della poetica dell’artista napoletano è il tema dell’assenza, che per Ada Lombardi (in “Titolo”, n. 7, inverno 1991/92) “è una metafisica presenza dell’opera dell’artista, che offre l’orecchio e la propria attenzione a un esoterismo orientale di matrice taoista-tibetana”, in cui “i segni rappresentati sono il simbolo grafico della continuità ineluttabile della vita, della morte e del dramma”, considerati “nello scorrere di un’antica accettazione senza pathos” dell’esistenza umana. E a parere di Lorella Sacco (”Segno”, n. 155, maggio 1997), Auriemma considera l’opera d’arte come “un organismo vivente e vedente e in tale direzione avvia le sue azioni”, incentrate sulla “realtà e la sua rappresentazione”, sull’”assorbimento del reale e la conseguente eliminazione dell’immagine rappresentativa per lasciare emergere solo l’atto dell’assorbimento attraverso il contorno. I lavori di Auriemma si presentano così nella doppia valenza del termine ‘ritratti’, ovvero come sagome di personaggi ritratti nel quadro a mezzo busto e come presenze che si sono ritirate, sottratte alla nostra visione. Afferma l’autore: ‘Le mie operazioni artistiche (ritenzioni dell’assenza) sono ipotesi di un pensiero senza immagini’”.